Vi sono momenti, nella vita, di grande chiarezza che ti permettono di vedere, finalmente, le cose così come stanno; a certuni questi momenti non capitano mai...
Personalmente ne ho avuto uno oggi; davvero.
Ho sempre ritenuto di avere dei grossi problemi con il genere umano e quest'ultimo, da par suo, si è sempre premurato, specie nella mia giovinezza, di fornirmi un ampio repertorio di esperienze tali da alimentare la mia sfiducia in esso.
In risposta mi sono donato a Star Trek che esprime una attitudine positiva nei confronti dell'umanità e nelle capacità di miglioramento in essa insite.
Massì... con il tempo è possibile che si migliori come specie, mi sento abbastanza ottimista al riguardo, anche se non credo che il XXIV° secolo possa essere una stima adeguata; personalmente propendo più per i dintorni del XXX°, ammesso e non concesso che non si incorra, prima, in una estinzione di massa.
Oggi ho finalmente capito che non sono misantropo, come ho sempre pensato in passato, ma misandropo; la mia sfiducia riguarda unicamente il genere maschile.
La cosa, tutto considerato, è decisamente ironica, non da ultimo perché provo sfiducia nel genere al quale appartengo.
Considerando, però, i mutamenti culturali e l'adozione di taluni modelli anche da parte delle donne, sono convinto di poter approdare alla misantropia e provare sfiducia, equamente, per il genere umano nella sua interezza e non solo per una sua parte.
Essendo parte del genere umano, per coerenza, nutro anche scarsa fiducia in me; certi giorni mi sembra di appartenere a una specie diversa e altri giorni mi faccio moderatamente schifo...
Attenderò il XXX° secolo per avere fiducia in noi.
lunedì 26 maggio 2014
domenica 11 maggio 2014
Le tradizioni di una volta
Ovvero; in fondo son rimasto l'allegrone di sempre.
Mah... non penso ci sia un meta da raggiungere, alla fine si muore tutti e quella è l'unica meta concreta con la quale termina l'esistenza, o per lo meno la vita come la conosciamo noi; poi chissà cosa ci attende e se ci attende qualcosa.
Possiamo sperare, o avere fede, in una vita successiva; sperare nella reincarnazione pur abbracciando un pensiero che proclama l'annullamento, quello che resta è che la nostra vita è in funzione, volenti o nolenti, degli altri... non potrebbe essere diversamente, dato che viviamo in un branco così ampio.
Da come ci comportiamo con gli altri sarà possibile valutare se abbiamo, o meno, condotto una buona vita; questo non vuol dire, però, far passare qualunque cosa, perché le scelte fatte hanno un prezzo e delle ripercussioni.
Anche quando pensiamo di agire per il bene è, inevitabile, che ne venga del male, perché non possiamo conoscere tutti gli esiti e anche perché, sovente, siamo concentrati unicamente su noi stessi e nel perseguire il nostro bene non vediamo il male che ne verrà agli altri, anche quando quest'ultimo ha le dimensioni di Atlante... il Titano.
Bisogna mantenersi fedeli a sé stessi, ovvero cercare di essere coerenti con quanto si professa, e tentare di causare il minor numero di danni possibile; magari, al contempo, cercare anche, nel nostro quotidiano, di migliorare la società nella quale viviamo.
Il compito è arduo e non sempre ci sarà facile svolgerlo.
Vivere è fatica, non credo sia "sofferenza" e neppure che "siamo nati per soffrire", ma che costi fatica si e per non farci schiacciare da quest'ultima, Ananke ha cosparso il mondo con l'ironia in modo tale da permetterci di cogliere l'assurdo di alcune cose e permetterci di fare due risate ogni tanto... soprattutto ridere di sé stessi fa bene, ci fa comprendere che abbiamo dei limiti, che non tutto è alla nostra portata e che spesso non bastiamo per fare tutto quello che vorremmo (nella più ampia accezione possibile, sia in senso positivo che in senso negativo).
Il film, dato il finale, pare una tragedia, ma in itinere è sicuramente tragicomico; vale la pena di trovarne gli aspetti ridicoli.
Mah... non penso ci sia un meta da raggiungere, alla fine si muore tutti e quella è l'unica meta concreta con la quale termina l'esistenza, o per lo meno la vita come la conosciamo noi; poi chissà cosa ci attende e se ci attende qualcosa.
Possiamo sperare, o avere fede, in una vita successiva; sperare nella reincarnazione pur abbracciando un pensiero che proclama l'annullamento, quello che resta è che la nostra vita è in funzione, volenti o nolenti, degli altri... non potrebbe essere diversamente, dato che viviamo in un branco così ampio.
Da come ci comportiamo con gli altri sarà possibile valutare se abbiamo, o meno, condotto una buona vita; questo non vuol dire, però, far passare qualunque cosa, perché le scelte fatte hanno un prezzo e delle ripercussioni.
Anche quando pensiamo di agire per il bene è, inevitabile, che ne venga del male, perché non possiamo conoscere tutti gli esiti e anche perché, sovente, siamo concentrati unicamente su noi stessi e nel perseguire il nostro bene non vediamo il male che ne verrà agli altri, anche quando quest'ultimo ha le dimensioni di Atlante... il Titano.
Bisogna mantenersi fedeli a sé stessi, ovvero cercare di essere coerenti con quanto si professa, e tentare di causare il minor numero di danni possibile; magari, al contempo, cercare anche, nel nostro quotidiano, di migliorare la società nella quale viviamo.
Il compito è arduo e non sempre ci sarà facile svolgerlo.
Vivere è fatica, non credo sia "sofferenza" e neppure che "siamo nati per soffrire", ma che costi fatica si e per non farci schiacciare da quest'ultima, Ananke ha cosparso il mondo con l'ironia in modo tale da permetterci di cogliere l'assurdo di alcune cose e permetterci di fare due risate ogni tanto... soprattutto ridere di sé stessi fa bene, ci fa comprendere che abbiamo dei limiti, che non tutto è alla nostra portata e che spesso non bastiamo per fare tutto quello che vorremmo (nella più ampia accezione possibile, sia in senso positivo che in senso negativo).
Il film, dato il finale, pare una tragedia, ma in itinere è sicuramente tragicomico; vale la pena di trovarne gli aspetti ridicoli.
martedì 6 maggio 2014
Zappa&Badile
Vi sono giorni nei quali sento la necessità di articolare il mio pensiero attraverso l'uso creativo della zappa e del badile; usandoli direttamente, con forza e in modo mirato, sull'interlocutore.
Essendo un convinto non violento da qualche decennio, mi sono precluse alcune forme, definiamole così, espressive; in aggiunta a questo, le mie terribili buone maniere mi impediscono anche di esternare colorite metafore.
La situazione è poi aggravata dal mio ferreo autocontrollo e dal timore di essere ingiusto con gli altri essere umani.
Vi sono giorni, però, nei quali a un tale contegno preferirei pulire le stalle di Augia... che era un epico zozzone.
Tra l'altro il contenere tutto questo tramestio interiore, che mi fa sentire come Tifeo adagiato sotto la Sicilia, è particolarmente stancante e quindi arrivo a casa per nulla pimpante e con una pazienza più sottile della pelle di bue usata da Didone; a casa, ovviamente, devo comunque far ricorso alle esigue riserve di pazienza che la giornata mi ha lasciato, perché mi sono ripromesso di non esplodere più in faccia al primo malcapitato... sovente è preferibile ch'io resti in silenzio.
Tutto questo per dire che se non sono particolarmente loquace, se rispondo a monosillabi e se, in generale, ho un atteggiamento a stento urbano, a volte anche appena al di sotto dell'urbanità, è meglio lasciarmi in pace; ringraziate i Numi per il mio autocontrollo e lasciatemi nel mio brodo, prima o poi passerà, o in alternativa mi verrà la gastrite.
Di ironico in tutto questo c'è il fatto che più a distanza tengo taluni individui, più questi tendono a importunarmi... vi devo mordere? Se adeguatamente esasperato sono sicuro di poter arrivare anche a mordere; non lo farei mai, probabilmente uscirei dalla stanza, fumando dalle orecchie, e camminerei per almeno mezz'ora per sbollire prima di rientrare con una abbondante riserva di sarcasmo.
Talvolta non mi sento particolarmente compatibile con il resto del branco umano, da qui l'anelito al romitaggio.
Per fortuna esiste la musica barocca che mi riconcilia con il cosmo.
Essendo un convinto non violento da qualche decennio, mi sono precluse alcune forme, definiamole così, espressive; in aggiunta a questo, le mie terribili buone maniere mi impediscono anche di esternare colorite metafore.
La situazione è poi aggravata dal mio ferreo autocontrollo e dal timore di essere ingiusto con gli altri essere umani.
Vi sono giorni, però, nei quali a un tale contegno preferirei pulire le stalle di Augia... che era un epico zozzone.
Tra l'altro il contenere tutto questo tramestio interiore, che mi fa sentire come Tifeo adagiato sotto la Sicilia, è particolarmente stancante e quindi arrivo a casa per nulla pimpante e con una pazienza più sottile della pelle di bue usata da Didone; a casa, ovviamente, devo comunque far ricorso alle esigue riserve di pazienza che la giornata mi ha lasciato, perché mi sono ripromesso di non esplodere più in faccia al primo malcapitato... sovente è preferibile ch'io resti in silenzio.
Tutto questo per dire che se non sono particolarmente loquace, se rispondo a monosillabi e se, in generale, ho un atteggiamento a stento urbano, a volte anche appena al di sotto dell'urbanità, è meglio lasciarmi in pace; ringraziate i Numi per il mio autocontrollo e lasciatemi nel mio brodo, prima o poi passerà, o in alternativa mi verrà la gastrite.
Di ironico in tutto questo c'è il fatto che più a distanza tengo taluni individui, più questi tendono a importunarmi... vi devo mordere? Se adeguatamente esasperato sono sicuro di poter arrivare anche a mordere; non lo farei mai, probabilmente uscirei dalla stanza, fumando dalle orecchie, e camminerei per almeno mezz'ora per sbollire prima di rientrare con una abbondante riserva di sarcasmo.
Talvolta non mi sento particolarmente compatibile con il resto del branco umano, da qui l'anelito al romitaggio.
Per fortuna esiste la musica barocca che mi riconcilia con il cosmo.
domenica 4 maggio 2014
Orecchi e comprendonio
Ecco, ci sono giorni nei quali o non sento bene le parole oppure sono duro di comprendonio; ovvero non capisco una forca.
In genere, quando mi capitano questi momenti, ne esco perché sono anche cocciuto e continuo a insistere nel comprendere quanto al momento mi sfugge.
Sovente, questi eventi di stupidità temporanea, non si verificano in presenza di astrusi concetti: la monade trina o la natura della luce etcc...; molto banalmente posso non vedere una virgola, oppure capire una cosa per un'altra.
Questa condizione mi fa sentire particolarmente cretino, ma poi ci rido su... oggi è uno di quei giorni e oggi, ovvero quando i miei neuroni hanno palesemente dimostrato la loro insindacabile voglia di svenire, ho deciso di continuare con il neerlandese; vi lascio immaginare i brillanti risultati.
Tutto questo mi fa venire in mente un episodio che si può comodamente datare all'epoca di Nabucodonosor, quando ancora usavamo l'argilla e il cuneiforme era usato comunemente.
Avendo fatto l'Istituto d'Arte le mie conoscenze di matematica sono molto elementari; ricordo che quando facemmo i sistemi di equazione, lineari e a due incognite, ci vennero insegnati due metodi di soluzione: sostituzione e confronto.
Il secondo metodo è più complesso del primo; ebbene io ero bravissimo ad applicare il metodo del confronto, ma non avevo capito quello di sostituzione e quindi non ne facevo mai uso.
A volte mi grippano i neuroni e non capisco le cose più banali.
E' imbarazzante afferrare il concetto di monade-trina, i rapporti trinitari e altre questioni di lana caprina, per poi capire pero per pomo e non afferrare una frase banale; una cosa è certa, c'è dell'ironia in tutto ciò.
In genere, quando mi capitano questi momenti, ne esco perché sono anche cocciuto e continuo a insistere nel comprendere quanto al momento mi sfugge.
Sovente, questi eventi di stupidità temporanea, non si verificano in presenza di astrusi concetti: la monade trina o la natura della luce etcc...; molto banalmente posso non vedere una virgola, oppure capire una cosa per un'altra.
Questa condizione mi fa sentire particolarmente cretino, ma poi ci rido su... oggi è uno di quei giorni e oggi, ovvero quando i miei neuroni hanno palesemente dimostrato la loro insindacabile voglia di svenire, ho deciso di continuare con il neerlandese; vi lascio immaginare i brillanti risultati.
Tutto questo mi fa venire in mente un episodio che si può comodamente datare all'epoca di Nabucodonosor, quando ancora usavamo l'argilla e il cuneiforme era usato comunemente.
Avendo fatto l'Istituto d'Arte le mie conoscenze di matematica sono molto elementari; ricordo che quando facemmo i sistemi di equazione, lineari e a due incognite, ci vennero insegnati due metodi di soluzione: sostituzione e confronto.
Il secondo metodo è più complesso del primo; ebbene io ero bravissimo ad applicare il metodo del confronto, ma non avevo capito quello di sostituzione e quindi non ne facevo mai uso.
A volte mi grippano i neuroni e non capisco le cose più banali.
E' imbarazzante afferrare il concetto di monade-trina, i rapporti trinitari e altre questioni di lana caprina, per poi capire pero per pomo e non afferrare una frase banale; una cosa è certa, c'è dell'ironia in tutto ciò.
lunedì 28 aprile 2014
La milza
La milza, in genere, se ne sta buona al suo posto e svolge le sue funzioni non indispensabili all'esistenza.
Fa da filtro, un po' come un mitile o un rene qualsiasi, anche se filtra cose diverse dal rene e dal mitile, data l'assenza di acqua marina nel corpo umano, e si comporta un po' da linfonoide periferico; fa più cose e nessuna delle quali pare essere di vitale importanza, per cui non è considerata importante ai fine della nostra esistenza.
Sino a qualche secolo fa, però, quando la teoria degli umori era in auge, la milza era sede della "bile nera" il cui eccesso prevedeva la malinconia, alla quale era associato anche un tipo fisico; come concezione era un po' primitiva, ma è rimasto nel lessico comune, per cui spleen, milza, è andato a catalogare tutto un movimento culturale e uno stato di animo... tutto sto preambolo per dire che il consueto spleen domenicale si è spostato al lunedì.
La routine la conoscete già e quindi non faccio manco il riepilogo; neppure un bignami delle puntate precedenti ché si reiterano... e quindi già sapete come concludere la frase da soli.
L'unica cosa interessante è l'osservazione di quanto mi senta svuotato al rientro a casa.
Indipendentemente dal tipo di giornata trascorsa, che sia stata piena e indaffarata, oppure moderatamente normale, senza particolari guizzi, arrivo a casa svuotato.
Non credo di poter parlare di "apatia" in senso stretto, a tratti qualche guizzo permane, ma "svuotato" rende bene l'idea.
Difficilmente al mattino parto pimpante e pieno di ottimismo del resto, storicamente, né "pimpante" e neppure "ottimista" sono definizioni a me proprie, ma talvolta mi alzo di moderato buon umore, non "troppo" che poi mi fa male, e vi sono persino alcune sere, non sempre al venerdì che poi è facile dire che al venerdì uno è contento, e comunque anche questo è un evento raro, nelle quali torno a casa con una certa moderata condizione di contentezza.
La maggior parte delle volte rientro decisamente svuotato; con zero voglia di fare qualunque cosa e persino con nessuna voglia di progettare eventi futuri.
Tra l'altro è possibile ch'io ne abbia anche già parlato nel blog da qualche parte... tutto questo per dire che la grande costante della mia esistenza è la voglia di eremo che pugna con l'esigenza di comunicare questa condizione e quindi con la ricerca di una, seppur limitata, socialità; probabilmente se mai dovessi ritirarmi in un eremo prenderei a importunare i sassi.
E' stupefacente riuscire ad ambire alla solitudine sentendo la necessità di comunicarlo agli altri; spesso e volentieri vogliamo qualcosa e pure il suo contrario... l'importante è rendersene conto e apprezzare l'ironia della cosa.
Fa da filtro, un po' come un mitile o un rene qualsiasi, anche se filtra cose diverse dal rene e dal mitile, data l'assenza di acqua marina nel corpo umano, e si comporta un po' da linfonoide periferico; fa più cose e nessuna delle quali pare essere di vitale importanza, per cui non è considerata importante ai fine della nostra esistenza.
Sino a qualche secolo fa, però, quando la teoria degli umori era in auge, la milza era sede della "bile nera" il cui eccesso prevedeva la malinconia, alla quale era associato anche un tipo fisico; come concezione era un po' primitiva, ma è rimasto nel lessico comune, per cui spleen, milza, è andato a catalogare tutto un movimento culturale e uno stato di animo... tutto sto preambolo per dire che il consueto spleen domenicale si è spostato al lunedì.
La routine la conoscete già e quindi non faccio manco il riepilogo; neppure un bignami delle puntate precedenti ché si reiterano... e quindi già sapete come concludere la frase da soli.
L'unica cosa interessante è l'osservazione di quanto mi senta svuotato al rientro a casa.
Indipendentemente dal tipo di giornata trascorsa, che sia stata piena e indaffarata, oppure moderatamente normale, senza particolari guizzi, arrivo a casa svuotato.
Non credo di poter parlare di "apatia" in senso stretto, a tratti qualche guizzo permane, ma "svuotato" rende bene l'idea.
Difficilmente al mattino parto pimpante e pieno di ottimismo del resto, storicamente, né "pimpante" e neppure "ottimista" sono definizioni a me proprie, ma talvolta mi alzo di moderato buon umore, non "troppo" che poi mi fa male, e vi sono persino alcune sere, non sempre al venerdì che poi è facile dire che al venerdì uno è contento, e comunque anche questo è un evento raro, nelle quali torno a casa con una certa moderata condizione di contentezza.
La maggior parte delle volte rientro decisamente svuotato; con zero voglia di fare qualunque cosa e persino con nessuna voglia di progettare eventi futuri.
Tra l'altro è possibile ch'io ne abbia anche già parlato nel blog da qualche parte... tutto questo per dire che la grande costante della mia esistenza è la voglia di eremo che pugna con l'esigenza di comunicare questa condizione e quindi con la ricerca di una, seppur limitata, socialità; probabilmente se mai dovessi ritirarmi in un eremo prenderei a importunare i sassi.
E' stupefacente riuscire ad ambire alla solitudine sentendo la necessità di comunicarlo agli altri; spesso e volentieri vogliamo qualcosa e pure il suo contrario... l'importante è rendersene conto e apprezzare l'ironia della cosa.
martedì 22 aprile 2014
Comunicazione e sogni
Partirò dalla seconda parte dell'argomento.
La notte scorsa ho sperimentato qualcosa che non mi accadeva dai tempi dell'adolescenza; mi sono trovato nel mezzo di un sogno inquietante e incapace di muovermi.
In gioventù sarei stato preso dal panico, ma il mio sistema di controllo ha prontamente reagito; sono rimasto incapace di muovermi, ma mi sono reso immediatamente conto del fatto che si trattava di un sogno e questo è avvenuto attraverso il riconoscimento di dettagli sbagliati.
Nel sogno c'era un comodino, che non ho e uno spazio vuoto a destra del letto che, nella realtà, non è presente.
L'ultima volta che ho avuto un sogno simile la trama prevedeva il mio rapimento da parte degli alieni; X-Files e tutta la fantascienza vista mi ha profondamente influenzato, ma il sogno si è risolto con la pirocinesi e la combustione degli alieni.
Questa volte l'idea generale era sempre quella del rapimento alieno, con tre luci colorate, ma ho dovuto trovare il modo di svegliarmi perché non sono riuscito a modificare il sogno.
Che i miei sistemi di controllo inizino a risentire del tempo che passa?
Ho idea che il loro funzionamento fuori dai normali parametri possa essere imputato allo stress generale; del resto fare da badante non è esente da stress e questo serve come introduzione al capitolo successivo.
Ultimamente, direi ormai da qualche anno, ho osservato una cosa peculiare; sovente viene ignorato quel che dico, oppure viene frainteso a seconda del comodo dell'interlocutore.
E' un comportamento molto interessante, certo fonte di irritazione, ma ciò non toglie che sia qualcosa di peculiare; devo dire che ci vuole un po' di distanza per non cedere alla tentazione del complotto, però ha come causa generale il fatto di evitare di farmi parlare... del resto che parlo a fare?
Questa osservazione contribuisce, però, alla mia irritazione generale nei confronti dell'umanità.
Continuo a considerare il romitaggio una scelta ragionevole.
La notte scorsa ho sperimentato qualcosa che non mi accadeva dai tempi dell'adolescenza; mi sono trovato nel mezzo di un sogno inquietante e incapace di muovermi.
In gioventù sarei stato preso dal panico, ma il mio sistema di controllo ha prontamente reagito; sono rimasto incapace di muovermi, ma mi sono reso immediatamente conto del fatto che si trattava di un sogno e questo è avvenuto attraverso il riconoscimento di dettagli sbagliati.
Nel sogno c'era un comodino, che non ho e uno spazio vuoto a destra del letto che, nella realtà, non è presente.
L'ultima volta che ho avuto un sogno simile la trama prevedeva il mio rapimento da parte degli alieni; X-Files e tutta la fantascienza vista mi ha profondamente influenzato, ma il sogno si è risolto con la pirocinesi e la combustione degli alieni.
Questa volte l'idea generale era sempre quella del rapimento alieno, con tre luci colorate, ma ho dovuto trovare il modo di svegliarmi perché non sono riuscito a modificare il sogno.
Che i miei sistemi di controllo inizino a risentire del tempo che passa?
Ho idea che il loro funzionamento fuori dai normali parametri possa essere imputato allo stress generale; del resto fare da badante non è esente da stress e questo serve come introduzione al capitolo successivo.
Ultimamente, direi ormai da qualche anno, ho osservato una cosa peculiare; sovente viene ignorato quel che dico, oppure viene frainteso a seconda del comodo dell'interlocutore.
E' un comportamento molto interessante, certo fonte di irritazione, ma ciò non toglie che sia qualcosa di peculiare; devo dire che ci vuole un po' di distanza per non cedere alla tentazione del complotto, però ha come causa generale il fatto di evitare di farmi parlare... del resto che parlo a fare?
Questa osservazione contribuisce, però, alla mia irritazione generale nei confronti dell'umanità.
Continuo a considerare il romitaggio una scelta ragionevole.
domenica 20 aprile 2014
Società
Il vivere in un branco molto vasto ha delle spiacevoli conseguenze e la misura della "spiacevolezza" non è preventivabile in anticipo; la si scopre in itinere ed è sempre diversa.
Alcune cose non sono socialmente accettabili, per cui ci si ritrova a fare cose che si vorrebbe non fare e a mostrarsi affabili, o per lo meno urbani, anche in quei contesti nei quali si vorrebbe esprimere le proprie opinioni con il badile.
Non bisogna vedere questo atteggiamento come un sinonimo di falsità; spesso ci si comporta così per non urtare la sensibilità altrui, ammesso e non concesso che tale sensibilità sia un ente reale, o perché sovente è più semplice sopportare, per poco tempo... si spera, una situazione spiacevole piuttosto che montare un caso, invocare la giustizia divina e perdersi in "perché" e "per come" che raramente servono alla scopo.
Veicolare, con argomenti o con il silenzio, un concetto non è un affare semplice; richiede che l'interlocutore sia predisposto ad ascoltare e che chi parla sia disposto anche a diffondersi in ampi e dettagliati, alla richiesta, "spiegoni"... se si comunica con il silenzio bisogna che l'interlocutore sia abbastanza empatico da capire il significato del non detto.
Tutto questo per dire che noi viviamo in un branco di circa sette miliardi di individui, costituito da complesse relazioni interpersonali e a volte si agogna a uno spazio pro-capite minimo di 38chilometri quadrati.
Alcune cose non sono socialmente accettabili, per cui ci si ritrova a fare cose che si vorrebbe non fare e a mostrarsi affabili, o per lo meno urbani, anche in quei contesti nei quali si vorrebbe esprimere le proprie opinioni con il badile.
Non bisogna vedere questo atteggiamento come un sinonimo di falsità; spesso ci si comporta così per non urtare la sensibilità altrui, ammesso e non concesso che tale sensibilità sia un ente reale, o perché sovente è più semplice sopportare, per poco tempo... si spera, una situazione spiacevole piuttosto che montare un caso, invocare la giustizia divina e perdersi in "perché" e "per come" che raramente servono alla scopo.
Veicolare, con argomenti o con il silenzio, un concetto non è un affare semplice; richiede che l'interlocutore sia predisposto ad ascoltare e che chi parla sia disposto anche a diffondersi in ampi e dettagliati, alla richiesta, "spiegoni"... se si comunica con il silenzio bisogna che l'interlocutore sia abbastanza empatico da capire il significato del non detto.
Tutto questo per dire che noi viviamo in un branco di circa sette miliardi di individui, costituito da complesse relazioni interpersonali e a volte si agogna a uno spazio pro-capite minimo di 38chilometri quadrati.
Iscriviti a:
Post (Atom)