mercoledì 10 novembre 2010
San Martino
Viola
In italiano non usiamo, nello scritto, mettere gli accenti sulle lettere; è pratica comune farlo quando un accento cambia il significato della parola, cosicché un "pero" non diventi un "però", un verbo non si trasformi in una congiunzione e le parole, che necessitano di accento, non suonino ridicole.
A volte un accento, seminato secondo le regole del parlato dove si è cresciuti, ci aiuta a capire da che regione d'Italia viene il nostro interlocutore; se "vetro" diventa "vétro" e "pesca" viene pronunciata "pésca", non muore nessuno, il significato della parola è salvo e nessuna lucciola è stata mutata in lanterna.
Alcune parole mantengono la stessa grafia ma hanno più di un significato, come la "pesca" di prima, e a volte, come la viola del titolo, hanno le stesse lettere, più significati e almeno uno è determinato dalla posizione di un accento; un po' come il però che privo di accento cambia in pero e butta nel ridicolo la frase nella quale questo accade.
Queste parole, chiamate omografe, vengono sempre scritte senza accento perché il contesto ci fa capire il significato di riferimento, ma nel parlato gli accenti ci sono tutti; altrimenti "leggère piume" può diventare "piumomanzia".
"Viola" ha numerosi significati: è il colore, il fiore e lo strumento ad arco; mentre "vìola" è un verbo (voce del verbo "violare") e se quando parlo dico che "questa pratica viola la legge europea" tutto il melodramma della dichiarazione va a pumitrozzole (prendo in prestito un termine da Giuda).
Cari residenti di Montecitorio, Palazzo Madama e affini, prima di farci immaginare schiere di cacciatori che tinteggiano di viola le proprietà altrui pensate all'accento, poverino, e magari fatevi anche, visto che vi paghiamo profumatamente, un corso di dizione... e dalla via che siete sulle spese, ché tanto è pecunia nostra, anche un ripasso di storia sarebbe gradito.
lunedì 8 novembre 2010
Capelli
E' autunno; cadono le foglie e anche i capelli mi salutano con la manina. Ogni volta che mi siedo alla scrivania trovo almeno una decina di capelli sparsi sulla tastiera, dal ventilatore etc... non rischio certo di divenire calvo, alla mia venerabile età sarebbe già accaduto da tempo e in più abbondo di capelli sulla capoccia, ma anche qualora dovessero comparire piazze o larghi, non mi dannerò per trovare loro un nome; caverò via tutto e buona notte al secchio.
Quand'ero un putto avevo i capelli lunghi, biondi e coi boccoli; parevo caduto, dimentico di alucce, da un quadro barocco.
Avendo però trascorso buona parte dell'età prescolare con una lunga chioma, solo a forza mi si è costretto, una volta che il biondo si è scurito in castano, a portare i capelli corti; per un po' ho anche avuto una vulcaniana scodella d'ordinanza. Con l'adolescenza sono tornato a portare moderatamente lunga la chioma, con varie proteste più o meno animate da parte del mio Augusto Genitore, e da allora ho continuato a tenerli lunghi.
Il problema è che con l'età ho perso i boccoli, grazie a Dio, ma i capelli ne conservano il ricordo; nel mentre raggiungono le spalle iniziano a piegarsi e a curvarsi ognuno per i cavoli propri, tendendo a prendere pieghe e curve asimmettriche. Vado anche molto raramente, circa due volte l'anno, a farmi "tosare"; non posso dire "tagliare i capelli", perché il quantitativo che lascio per terra dopo la tosatura sarebbe sufficiente per imbottirci almeno un piccolo cuscino. La spazzola non è sufficiente a domarli, anche se mi permette di perdere il gorgonico aspetto da dopo lavaggio, devo tenerli legati per un po' quando sono ancora umidi per riuscire a convincerli a stare un poco a posto.
Attualmente sono a misura, ovvero inizio a non poterne più di averli lunghi e sento il richiamo del barbiere.
La prima volta che mio nipote, era molto piccola allora, mi ha visto dopo la tosata semestrale, in quell'occasione me li feci tagliare molto corti, stentò a riconoscermi per almeno cinque minuti; rimase basito...
domenica 7 novembre 2010
Cortemaggiore
venerdì 5 novembre 2010
ore 19:00
Smetto di lavorare alle 19:00, anche se la voglia di produrre tende a tagliare la corda molto presto, e ho notato che dopo questo orario i neuroni vanno in pausa caffé; presumo si ritrovino da qualche parte per lamentarsi della giornata e fare progetti per il futuro. Ah! la folle vita sociale del neurone medio.
Mi sono reso conto di questo poiché dopo le 19:00 ho una ridotta capacità di comprensione; divento, insomma, più stupido del normale :asd:
Deve rimanere un minimo di attività neurale sindacale, l'avranno per contratto, ma tutti gli altri sono altrimenti impegnati e così annaspo alla ricerca di alcune parole (ieri sera non mi veniva in mente "immediately", solo "tout de suite" rispondeva all'appello e non mi è stata molto utile durante l'anglico corso), la formulazione di semplici concetti, diverso dal contare il resto e dal decidere se prendere o meno qualcosa per cena, diventa un affare complicato.
In genere i neuroni tornano produttivi come varco la soglia di casa, ma sino a quel momento latitano...
mercoledì 3 novembre 2010
Chi ha rubato la marmellata?
Il quesito, banale per Jhonny il Bassotto, non è più così di semplice risposta. Innanzi tutto bisogna sapere a quando risale il furto del barattolo, perché si sa che i tempi di prescrizione hanno la tendenza a decadere più in fretta, molto molto più in fretta, del plutonio; a seconda della bisogna, infatti, si dimezzano rapidamente. Non è detto, quindi, che il furto di un barattolo di marmellata possa essere ancora perseguibile. Bisogna inoltre considerare il lassismo, generalizzo un po' in modo gratuito, dei genitori per cui è avvenuta una depenalizzazione di questo reato; se una volta, quando ero piccino io per intenderci, la pena comminata erano almeno un paio di ceffoni ben assestati e una chilometrica, apocalittica, predica, oggi il furto della marmellata viene punito con un buffetto e una blanda reprimenda. Bisogna anche considerare che alcune persone possono rubare impunemente la marmellata o perché godono dell'impunità o perché, grazie ad alcune doti retoriche, possono persino riuscire a convincere chi li ascolta a non averlo neppure toccato il barattolo pur avendo le mani grondanti di marmellata.
Non si può far altro che rispondere dubitativamente con "chi sarà?" poiché a volte, pur mancando il barattolo, nessuno è colpevole.